Ci piacerebbe che si creassero degli approfondimenti di ogni genere rispetto alle tematiche storiche, con particolare riferimento all'aspetto economico.
Forse il dibattito politico apertosi in questi ultimi tempi sul "Salento Regione" potrebbe avere spunti di riflessione e trovare in queste pagine un momento di confronto con gli  interventi di chiunque voglia dire la sua sull'argomento.
Vi invitiamo ad inviarci un Vostro contributo all'indirizzo: redazione@portarudiae.it

La situazione economica di una popolazione é frutto di una serie di eventi che nel corso dei secoli hanno plasmato e creato le condizioni che attuali.
Abbiamo chiesto ad una classe dell' Istituto Profes- sionale "A. De Pace" di Lecce, di aiutarci al fine di ricostruire gli eventi storici che hanno caratterizzato economicamente il nostro territorio e ne é venuta fuori una ricerca che può essere un buon inizio se si vogliono approfondire le tematiche trattate.

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( S I N T E S I )

La nostra storia economica della Puglia inizia dal IV secolo a. C.: sia pur avendo come unico riferimento la ricerca archeologica, si può affermare con tranquillità che in quell'epoca nel nostro territorio era diffuso il sistema Città – Stato, anche se in molti casi si trattava di un’acropoli, cioè di una fortezza circondata da gruppi di case sparse: poco più, quindi, di un villaggio dal punto di vista urbano.
Peraltro era notevole lo sviluppo cittadino costiero con porti, moli, darsene; ma, in generale, le città anche costiere sorgevano più nell’interno per essere poi allacciate ad un emporio sulla costa.
L’intervento di Roma provocò, in un primo tempo, una serie di movimenti positivi nell’area centromeridionale con l’apertura o l’incremento di contatti fra città greche dello Ionio e del Tirreno e centri indigeni.
Successivamente, la sua politica filooligarchica e le guerre tra il IV ed il III secolo, accentuarono ben presto la crisi in cui versavano le città apule, portando ad un accentramento della produzione nella fattoria e ad una prevalenza della campagna.
Nel Salento, almeno nelle zone centrali e meridionali, prevalevano già all'epoca i fondi di media estensione. Questa caratteristica ed il conseguente investimento in esse di capitali, portarono, da un lato allo sviluppo delle costose colture specializzate di olivo e viti con la produzione connessa; dall’altro favorirono l’allevamento e la pastorizia. La produzione connessa alla pastorizia divenne, da questo momento in poi, l’industria principale e più famosa della Puglia.
Dal punto di vista produttivo il nuovo sistema agrario divenne ben presto efficiente e su questo piano riuscì a risollevare la regione dalle rovine della guerra annibalica, tanto che si può parlare di epoca di rigoglio economico in pieno II secolo a.C.
Dalla metà del I secolo a.C. si ebbe un calo agricolo – produttivo che probabilmente portò ad una crisi dell’esportazione, dovuta anche alla concorrenza dei prodotti di altre aree del Mediterraneo.
Nel corso del III secolo d.C. si crearono però, ancora nel commercio, le condizioni favorevoli per un nuovo sviluppo produttivo con la crisi dei rifornimenti extraitalici causata dalle guerre e dall’instabilità dell’impero. Di certo sappiamo che nel IV e V secolo si ritornò ad attingere da tutta Italia alla produzione granaria apula, specie del Tavoliere.

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( S I N T E S I )
estratto da:
R.Licinio - Storia della Puglia
edizioni Adda

Dal XII secolo Normanni, Svevi, Angioini ed Aragonesi si disputarono l’Italia meridionale, attrattivi tutti dalle sue floride potenzialità economiche. L’agricoltura della regione, in particolare, s’era vista valorizzata e potenziata dai dissodamenti di terre incolte, da opere di miglioria e di bonifica, da impianti di vigneti, oliveti ed alberi da frutta. Una quota non marginale di questi prodotti aveva preso la via dell’oriente. La produzione cerealicola si rilevava spesso insufficiente a soddisfare contemporaneamente le esigenze del mercato regionale e le richiesta degli esportatori, almeno di vino non si pativa alcuna penuria. Con l'avvento dei Normanni la proprietà rurale subì un processo di ridistribuzione che sfociò nella creazione di una scala gerarchica feudale. Agli antichi proprietari da nomi latini, greci, longobardi, che aggiunsero gradualmente signori dai nomi franco - normanni costituirono la nuova aristocrazia fondiaria, dotata di ampi poteri giuridici e militari. A parte ciò, nelle campagne pugliesi, dall’età normanna a quella aragonese, riscontriamo una sostanziale continuità delle forme della proprietà rurale: dalla grande proprietà al campo affidato alla conduzione di coltivatori semiliberi, dalla terra demaniale alla piccola azienda familiare: la piccola e media proprietà, in età feudale, rimane la cellula produttiva fondamentale dell’economia agraria pugliese. Dal XIII secolo ha inizio quel processo, che sempre più si andrà evidenziato in età moderna, per cui il barone pugliese è spesso, allo stesso tempo, percettore di rendita feudale ed elemento di spicco nell’ambito della mercantilizzazione del prodotto agricolo. Il rapporto tra economia feudale ed economia mercantile, è tra gli ultimi secoli del Medioevo e i primi dell’età moderna, la caratteristica principale dell’economia pugliese. Nell’economia medioevale, cali di produzione e annate di carestie erano sempre dietro l’angolo: la Puglia fu colpita da non meno di una cinquantina di annate di magri raccolti e fenomeni di vera e propria carestia.
Allo sviluppo della produzione, caratterizzato le campagne pugliesi nel loro complesso, un contributo non marginale venne anche dai cosiddetti "insediamenti rurali", vere e proprie comunità rurali viventi in grotte, modellati sulle particolari caratteristiche ambientali di alcune zone del territorio pugliese. Un contributo all’urbanizzazione provenne anche dal potere centrale: in età sveva furono ricostruite e ripopolate, talvolta con provvedimenti di popolamento "coatto", Ordona, Lucera, Manfredonia, Altamura. In epoca normanna e sveva il mercatino locale non bastava più. Le dimensioni internazionali assunte dal commercio reclamavano strutture meno anguste, meno provinciali. La Puglia si animò allora di decine di fiere, potenti mezzi di richiamo per i mercanti di tutt’Europa. Nella città si stabilirono gli emissari del grande commercio e della grande finanza, le famiglie dei feudatari, conti, baroni, milites, normanni, tedeschi, provenzali, spagnoli: una nobiltà che dei lussuosi prodotti di importazione si fa vanto ed onore. L’importanza e la feudalità del centro urbano cominciarono ad essere misurate anche dai nuovi edifici, la chiesa cattedrale, il monastero, il palazzo signorile, dai nuovi quartieri (ai quali combitores, commercianti e banchieri danno nome a carattere), dal rispetto di norme igieniche ispirate al buon senso. Nelle città pugliesi bassomedievali ritroviamo quella tripartizione dei ceti che un documento di Polignano della fine del X secolo aveva esemplarmente indicato: nobili, ceti medi, popolo. Alla fine del Medioevo, le città pugliesi erano rette da un Consiglio di eletti, che nominavano periodicamente il sindaco, gli assessori i giudici, il mastrogiurato, ed altri pubblici ufficiali. La depressione economica, al cui fianco marciava la peste, ridimensionò fortemente le città pugliesi, rallentandone i traffici e decimandone la popolazione. I prezzi che pagarono per uscire dalla crisi furono elevati: una rifeudalizzazione più aspra, un ruolo economico più dimesso. Una storia singolare quella delle nostre città e del loro ceto borghese: soggetta a Normanni e Svevi, la borghesia pugliese aveva visto vanificati gli sforzi per riversarvi quelle vaste autonomie che, al Nord, avevano fatto la fortuna dei Comuni. Furono in effetti banchieri e mercanti stranieri a condurre quel gioco economico che trasformava le merci in capitali ed i capitali in beni terrieri e titoli onorifici, mentre furono gli stessi signori feudali a trasformare le rendite dei beni rurali in merci. Inoltre diventò più difficile anche quel rapporto privilegiato con l’Oriente che nel passato era stato un punto fermo. Quando le truppe di Maometto II conquistarono Otranto, l’insicurezza della Puglia, terra di frontiera questa volta su posizioni di difesa, si condensò in scongiuri e proverbi. In Terra d’Otranto si diceva che Nu crisce erva a ddu passa cavaddu de Turchi (non cresce erba dove passano i cavalli dei Turchi). Ma per molto tempo ancora, anche senza Turchi, l’erba pugliese era destinata a crescere a stento.

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La realizzazione di queste pagine è a cura della Classe II A Gestione Aziendale a.s.1999/2000 dell'Istituto Professionale di Stato per i Servizi Commerciali, Aziendali, Turistici e della Pubblicità "Antonietta De Pace" di Lecce, formata dagli alunni:

Enrico Caliri
Elisabetta Centonze
Alessandro Colacicco Cordella
Davide Cordella
Elena Dell'Atti
Mirko Elia
Bouzid Haouri
Stefano Isceri
Riccardo Lorenzo
Andrea Mancarella
Maria Rita Mangeli
Gianna Milo
Luisa Monaco
Valentina Pascali
Daniela Sanasi
Mino Solazzo
Rosa Spalluto

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PortaRudiae.it ringrazia la classe e i docenti della stessa per la preziosa collaborazione.

Nell'ambito di un più esteso progetto di coordinamento con le scuole, PortaRudiae.it invita studenti e docenti interessati a forme di collaborazione a contattare la redazione di PortaRudiae.it
redazione@portarudiae.it

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( S I N T E S I )
estratto da:
R.Licinio - Storia della Puglia
edizioni Adda

Nei secoli dal V al IX la Puglia, come la maggior parte dei territori dell’Europa occidentale, fu interessata dal fenomeno della ruralizzazione della vita economica e sociale. Tra i caratteri fondamentali dell’organizzazione del territorio agrario pugliese, è da sottolineare l’esistenza di grandi proprietà terriere, in particolare nelle zone cerealicolo- pastorali (Capitanata e Salento); nonché di grandi proprietà incolte. Nella produzione agricola pugliese un posto di primo piano continuava ad occupare la cerealicoltura, ancora praticata su larga scala nelle zone distinte da un clima arido. Ma gli spazi incolti, le terre abbandonate alla vegetazione spontanea e al pascolo, guadagnavano terreno, insieme alla pastorizia transumante e all’allevamento suino ed ovino; parallelamente, andava crescendo la produzione di formaggi, lane, pelli e cuoio. Le attività pastorizie, si qualificavano tra le più redditizie; contemporaneamente cresceva il fenomeno del banditismo, tanto che l’esigenza della sicurezza e della difesa si rivela un dato costante nella storia delle campagne e degli insediamenti pugliesi alto medioevali. Le località costiere come quelle delle zone interne assunsero perciò ben presto i connotati del castrum, o borgo fortificato. Alcuni dei centri più importanti della regione vennero abbandonati soprattutto verso il VII secolo, all’epoca, cioè della lenta avanzata longobarda che ridusse la presenza bizantina in Puglia al solo Salento. In questo periodo assunsero grande importanza le vie di comunicazione che permettevano lo sviluppo dei traffici e delle attività mercantili. La posizione geografica della Puglia, e gli avvenimenti politici che la interessano nei secoli dell’alto Medioevo, ne hanno privilegiato, quasi senza soluzione di continuità il rapporto con il mondo mediterraneo ed orientale. Anche nell’età della più estesa penetrazione longobarda, il contatto con i ricchi mercanti orientali rimase costantemente assicurato dal porto di Otranto, che dunque che ben si meritò la qualifica di città adatta ai commerci (apta mercimoniis). Questo contatto venne sempre più rinsaldato a partire dagli ultimi anni del secolo IX, nell’età che è stata chiamata della seconda conquista Bizantina. Pur essendo una zone periferica dell’Impero Bizantino, o forse proprio per questo, la Puglia riuscì in quel periodo a porsi come concreta cerniera tra Oriente ed Occidente. I legami con l’Oriente impedirono che essa scivolasse verso una produzione di beni destinati al solo consumo interno, e le permisero anzi, soprattutto tra il IX e l'XI secolo, di incamminarsi verso livelli produttivi più elevati. Ma era nella piccola e media proprietà il fondamento più solido, ampio ed efficiente della produzione rurale pugliese. Negli artigiani, nei piccoli funzionari e commercianti, che continuavano a possedere la terra e spesso a coltivarla, nei contadini liberi e nei pàroikoi, che mettevano a frutto terreni di altri, vanno ricercati non soltanto la causa dell’incremento della produzione e della produttività del suolo, ma anche il carattere specifico della struttura sociale della regione, ed il motivo della forte resistenza di quella società a trasformarsi in una società di tipo feudale. Gli intensi commerci avviarono fenomeni sociali ed aprirono contraddizioni nuove sia nelle campagne che nelle città pugliesi.Il centro delle vita urbana continuava ad essere la sede dei rappresentanti dell’autorità politico-militare e di quella ecclesiastica. Vescovo ed alto clero, funzionari ed ufficiali imperiali, ora uniti da reciproci interessi, ora in posizioni di aperta sfida, dirigevano i momenti fondamentali dello sviluppo urbano.

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( S I N T E S I )

Questa fase storica segnò il passaggio in una parte del nostro continente dall’ancien règime a rapporti sociali e modi di produzione capitalistici ed ebbe nello sviluppo degli scambi e in una notevole espansione produttiva e demografica le manifestazioni più evidenti di una crescita che sarebbe sfociata nella duplice rivoluzione, economica e politica, degli ultimi decenni del secolo. Anche il regno di Napoli partecipò a questo processo. Le differenze emerse o accentuatesi nei secoli precedenti tra le diverse province ed all’interno di ciascuna di esse facevano della Puglia una regione poco omogenea per assetto produttivo e strutture sociali non meno che per condizioni ambientali, tutti fattori capaci di condizionare in modo determinante le forme dell’insediamento umano e le tendenze dell’evoluzione demografica. Non meno evidenti erano le differenze quanto a dimensioni e grado di complessità delle strutture sociali e produttive dei comuni pugliesi. In Terra di Bari e, in minor misura, nel Tavoliere e nella fascia settentrionale di Terra d’Otranto erano numerosi i centri abitati di media e grandi dimensioni. Soprattutto nel Salento invece, a sud della linea Brindisi – Taranto, la popolazione viveva in piccoli borghi rurali con una struttura economico- sociale poco articolata, addirittura elementare, caratterizzata da una schiacciante prevalenza delle attività agricole cui facevano modestissimo contrappeso un artigianato povero (nel Salento molto diffusa era la lavorazione a domicilio dei tessuti di cotone) ed un commercio al minuto appena sufficiente a soddisfare le esigenze del consumo sociale. In altre parole possiamo dire che lo sviluppo economico e l’incremento demografico hanno proceduto con ritmo diverso nelle tre provincie pugliesi: mentre la Terra di Otranto accentuò, soprattutto nella parte meridionale, il suo carattere di area marginale, la Capitanata diede prova di ben maggiore dinamismo; invece la Terra di Bari realizzò, anche se in un arco di tempo lungo, uno sviluppo equilibrato e costante. Dopo la peste del 1656, che ebbe effetti meno devastanti nella penisola salentina, le tre province pugliesi recuperarono già negli ultimi decenni del secolo gran parte delle perdite registrate. Questa progressione fu diversamente ritmata: rapida nella Capitanata, lenta nella Terra di Bari e lentissima nella Terra d’Otranto. Questo spiega il perché di divaricazione comportamentali, economiche e demografiche nelle tre province pugliesi. Nella prima meta del Settecento, un ciclo produttivo insolitamente favorevole e regolare per l’agricoltura di ancien règime consentì un periodo prolungato di adeguata disponibilità di alimenti relativamente a buon mercato per una popolazione di certo in aumento ma che non aveva ancora raggiunto il livello di guardia nell’equilibrio fra produzione e fabbisogno. Verso la metà degli anni '50 cominciò un periodo di gravi perturbazioni atmosferiche del ciclo produttivo. Negli anni '70-'80, si ebbe però anche una certa espansione delle colture arboree ed in particolare dell’oliveto. Spettava sempre a Terra d’Otranto, in particolare a Gallipoli, il primato della produzione e del commercio dell’olio; tuttavia il rapporto tra la produzione ed il commercio dell’olio salentino ed il mercato napoletano ed internazionale conservò, anzi accentuò quelle caratteristiche coloniali che, unitamente alla singolare arretratezza delle tecniche di produzione, trasformazione e conservazione del prodotto ed ai gravosi vinicoli derivati dall’esazione dei diritti feudali di decima e di monopolio dei trappeti, frenarono notevolmente lo sviluppo di questo settore produttivo.

 

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( S I N T E S I )

I secoli XVI e XVII segnano per la storia economica e sociale della Puglia, se non la fase costituente di una identità regionale, certamente il periodo in cui si stabiliscono precisi rapporti fra le tre province storiche: Terra di Bari, Capitanata e Terra d’Otranto. Tra gli anni ’30 e gli anni ’80 e ’90 del Cinquecento, in tutto il Viceregno di Napoli, si registra un aumento della popolazione, che sul finire del secolo risulta quasi raddoppiata, mentre la Provincia di Terra d’Otranto registra un incremento di appena il 61%. Cerealicoltura e pascolo per la centralità del loro ruolo nel quadro dell’economia generale dei possedimenti spagnoli nel Mediterraneo caratterizzano l'economia Pugliese come essenzialmente feudale, in base alla quale alla promozione di una consistente attività armentizia fa riscontro un uso latifondistico della terra ad opera o di alcuni grandi enti ecclesiastici o della locale nobiltà feudale. Dalla espansione economica citata risulta già nel Cinquecento fortemente distaccata la provincia di Terra d’Otranto; l’olio costituisce l’unica ricchezza reale della gente otrantina; ma la ricchezza, concentrata nelle mani di pochi mercanti, risulta sottoposta sia ai gravami feudali che al peso della speculazione mercantile Mentre Taranto e per alcuni aspetti Brindisi, Ostuni e Gallipoli, presentano una dinamicità economica e una resistenza demografica più elevata ai colpi della crisi secentesca, Lecce mostra gravi sintomi di recessione demografica sin dai primi del Seicento ed è la città che "nel giro di un decennio, tra il 1620 e il 1630 perse oltre un terzo della sua popolazione. La città di Lecce con suo barocco precoce si avvierà così ad esprimere nelle forme più compiute le condizioni di una classe dirigente feudale miserabile ma pretenziosa, e di ceti subalterni sfruttati e disperati. Il crollo demografico di Lecce a metà Seicento rispetto alla capacità di tenuta prima e di ripresa dopo di Bari costituisce, il segno più evidente dell’avvio di un dualismo di sviluppo nell’interno stesso della Puglia.

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( S I N T E S I )

Gli anni immediatamente successivi all'unificazione italiana segnano per la Puglia, e in generale per il Mezzogiorno il definitivo assestamento e consolidamento dei rapporti di proprietà definiti dal secolare processo di privatizzazione delle terre ad opera della grande borghesia agraria. Anche la Puglia è così interessata da quel grande momento conclusivo del processo di privatizzazione delle terre che si esplicita nella seconda definitiva liquidazione dei beni dell’asse ecclesiastico. Agli esclusi dall’immensa ondata speculativa non rimase che attestarsi in un’area sociale che li vedeva precari possessori di minuscoli appezzamenti, perennemente sull’orlo della definitiva bracciantizzazione. Ad essi non restò che la fiammata del brigantaggio ed il successivo assoggettamento al dominio borghese. Risulta facilmente comprensibile, a questo punto, il fatto che il paesaggio agrario continui ad offrire il quadro di una prevalente cerealicoltura, che dominante in assoluto in Capitanata, é temperato dalla consistente presenza di oliveti e vigneti nelle provincie di Bari e di Lecce. Elementi costitutivi della prevalente economia agricola pugliese continuano ad essere la masseria e il latifondo, attorno a cui ruotano i minuscoli appezzamenti fondiari di contadini precari sempre sull’orlo di una definitiva proletarizzazione. Le basi distorte del meccanismo di sviluppo dell’economia pugliese, fondata sulla preminenza della rendita parassitaria e sulla cerealicoltura estensiva, cominciano infatti ben presto a scricchiolare di fronte alla sempre più massiccia concorrenza dei grani statunitensi > Proprio questa crisi granaria costituisce il primo banco di prova per la borghesia fondiaria pugliese, che avvia un processo di riconversione dell’economia della regione tutto a spese delle classi contadine e bracciantili, dislocandosi perciò stesso su un terreno di progressiva spietata reazione. La crisi granaria, dunque, e in secondo luogo la grande richiesta di vini pugliesi originata dalla crisi della viticoltura in Francia e in alcune regioni italiane a causa della fillossera stimolano a una trasformazione del seminativo e dell’incolto in vigneto. Il contratto di miglioria fu lo strumento di questa trasformazione. Al colono veniva assegnato per una durata variabile dai 10 ai 25 anni uno dei tanti lotti in cui veniva frammentato il latifondo incolto o dato a cerealicoltura estensiva. Il conduttore si impegnava a introdurre nuove colture arboree o arbustive, dei cui frutti però molto difficilmente avrebbe potuto godere a lungo, sia per il canone annuo molto elevato, sia per la possibilità riconosciuta al proprietario di rescindere il contratto e scacciare il colono, senza risarcimento alcuno per le migliorie apportate nel caso di mancato pagamento per un anno del canone fissato.
Il contratto già di per sé oppressivo diventa clamorosamente vessatorio e da capestro sin dai primi sintomi della grande crisi agraria che colpisce la Puglia nella seconda metà degli anni ’80. Il conflitto commerciale con la Francia prima e la peronospora dopo segnano la rovina della maggior parte dei contadini. Ben presto i proprietari scacciano dal fondo i coloni indebitati e non più in grado di versare il canone pattuito, e si appropriano senza alcuna spesa di terreni messi a coltura e profondamente trasformati grazie a una mole immensa di lavoro contadino non retribuito. Contemporaneamente si assiste, nel primo decennio del Novecento, ad uno sviluppo economico pugliese sia pur differenziato, dovuto principalmente al settore secondario che, comunque, non implica necessariamente un diverso rapporto nel ritmo di crescita delle provincie storiche della Puglia. Questo rapporto rimane infatti sostanzialmente immutato, nel senso che terra di Bari continua ad essere la provincia notevolmente più sviluppata per il maggior grado di penetrazione dei rapporti capitalistici di produzione sia nelle campagne che nella città, mentre Terra d’Otranto rimane da questo punto di vista la provincia in cui lo sviluppo dell’agricoltura è più stagnante, e la struttura industriale del Tarantino, tanto elevata da sbalzare a un apparente secondo posto la terra d’Otranto, rimane un caso del tutto isolato, che significativamente costituita un elemento di tradizionale differenziazione della città e del suo territorio rispetto alla restante provincia leccese. Ciò che emerge in sostanza è una maggiore articolazione e complessità dei rapporti tra vari strati della borghesia. Da qui bisogna partire per comprendere gli elementi di novità che caratterizzano la storia pugliese nell’età giolittiana, altrimenti erroneamente configurabile come un unico continuum di predominio agrario. Due a tal proposito appaiono gli elementi più significativi di questa nuova fase della storia della regione. Da un lato assistiamo a un notevole sviluppo dei maggiori centri urbani, come espressione del consolidamento di una rete di interessi mercantili che trovano nella città- capoluogo la loro sede di elezione oltre che nei centri rurali, dove si concentra una crescente popolazione contadina espropriata della terra e ridotta a manodopera. Dall’altro lato si assiste ad un crescita notevole del bracciantato agricolo e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, soprattutto nelle campagne baresi e foggiane. Proprio questa più complessa articolazione del rapporto tra città e campagna ai primi del XX secolo, questa maggiore articolazione sociale, frutto di una crescita economica che ha nell’agricoltura il suo epicentro, ma che conosce anche una dimensione mercantile e manifatturiera potenzialmente autonoma del settore primario, la stessa durezza dello scontro di classe durante il primo decennio del nuovo secolo, sono tutte caratteristiche che fanno della Puglia una regione per molti versi originale rispetto alle zone del Mezzogiorno classico, una regione su cui piomberà trionfante, certo, il fascismo degli agrari, ma che troverà soprattutto in un forte movimento contadino e bracciantile il perno di una futura opposizione antifascista e delle future lotte per un rinnovamento civile e democratico della regione.